Secondo quanto riferito, le autorità nordcoreane hanno arrestato un gruppo di ex operatori informatici statali accusati di aver hackerato due banche di proprietà statale e di aver riciclato fondi rubati attraverso portafogli di criptovalute all'estero.
Secondo un rapporto del Daily NK, i sospettati avrebbero infiltrato le reti interne della Banca Centrale di Joseon e della Banca per il Commercio Estero, sottraendo fondi statali per poi convertirli in criptovaluta e infine scambiare il ricavato con valute estere tramite broker in Cina. Se confermato, il caso rappresenterebbe un raro esempio di esperti informatici nordcoreani che prendono di mira le istituzioni finanziarie del proprio governo.
Punti chiave
- Secondo quanto riferito, le autorità nordcoreane avrebbero arrestato ex agenti informatici statali accusati di aver sottratto fondi da due banche di proprietà statale.
- Secondo le accuse, i sospettati avrebbero riciclato i fondi rubati attraverso portafogli di criptovalute esteri, per poi convertirli in dollari statunitensi e yuan cinesi.
- Secondo quanto riferito, gli inquirenti hanno rintracciato transazioni di criptovalute criptate fino a un rifugio sicuro a Pyongyang, il che ha portato agli arresti.
- Si ritiene che i presunti hacker fossero ex membri delle unità informatiche dell'intelligence militare nordcoreana.
- La notizia non è stata verificata in modo indipendente e le autorità nordcoreane non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sugli arresti.
Ex agenti informatici accusati di aver preso di mira le banche statali
Secondo Daily NK , i sospettati sono stati arrestati il 12 luglio in seguito a un'indagine interna su transazioni sospette in criptovaluta collegate alla Banca Centrale della Corea e alla Banca per il Commercio Estero.
Il rapporto sostiene che il gruppo fosse composto da ex membri di un'unità di guerra cibernetica dell'Ufficio generale di ricognizione e intelligence della Corea del Nord, i quali avrebbero poi reclutato laureati qualificati provenienti dall'Università di tecnologia Kim Chaek e dall'Università di scienze di Pyongyang.
Gli inquirenti ritengono che il gruppo abbia sfruttato le proprie competenze tecniche per infiltrarsi nei sistemi interni di entrambe le banche, dirottando gradualmente i fondi commerciali statali verso portafogli di criptovalute detenuti al di fuori della Corea del Nord.
I fondi sarebbero stati trasferiti in piccole somme per evitare di essere scoperti, prima di essere convertiti in dollari statunitensi e yuan cinesi tramite intermediari operanti in Cina.
Secondo quanto riferito, le indagini hanno portato alla scoperta di un rifugio a Pyongyang.
Secondo quanto riportato da Daily NK, gli investigatori avrebbero scoperto irregolarità nelle autorizzazioni di pagamenti in valuta estera e attività internet sospette all'estero, il che avrebbe dato il via a un'indagine sotto copertura. Le autorità avrebbero rintracciato il traffico di transazioni in criptovaluta crittografate fino a un rifugio a Pyongyang, dove avrebbero arrestato i sospetti durante un blitz.
L'operazione avrebbe portato al sequestro di computer, apparecchiature wireless specializzate e telefoni usa e getta non registrati, ritenuti utilizzati nell'ambito dell'attività di riciclaggio di denaro.
In seguito agli arresti, secondo quanto riferito, il personale di sicurezza è stato dispiegato intorno alla sede della Banca per il Commercio Estero e al centro di elaborazione dati della Banca Centrale di Corea, mentre gli investigatori hanno intensificato le ricerche per individuare ulteriori apparecchiature di comunicazione.
La presunta rete di riciclaggio di denaro si estenderebbe oltre la Corea del Nord.
Secondo il rapporto, l'operazione si basava su una rete di riciclaggio di denaro all'estero. Dopo il trasferimento delle criptovalute in portafogli esterni, dei broker con sede in Cina avrebbero convertito gli asset digitali in denaro contante. Dei contatti operanti vicino al confine con la Corea del Nord avrebbero poi scambiato il ricavato in valute estere, tra cui dollari statunitensi e yuan cinesi.
Il rapporto afferma che la rete ha permesso ai sospettati di accumulare ingenti ricchezze personali, occultando al contempo il trasferimento di fondi statali sottratti.
Tuttavia, non sono stati resi pubblici gli indirizzi dei portafogli di criptovalute, gli exchange o i protocolli di finanza decentralizzata presumibilmente utilizzati nello schema.
Raro caso di crimine informatico interno
La Corea del Nord è da tempo accusata dalle Nazioni Unite , dagli Stati Uniti, dalla Corea del Sud e dal Giappone di aver incaricato gruppi di hacker sostenuti dallo Stato di rubare criptovalute da piattaforme di scambio estere, progetti blockchain e società di asset digitali.
Gruppi come Lazarus sono stati collegati ad alcuni dei più grandi furti informatici del settore, con hacker nordcoreani ripetutamente accusati di prendere di mira piattaforme globali di criptovalute.
Se quanto riportato dal Daily NK è corretto, quest'ultimo caso si distingue significativamente perché le presunte vittime sarebbero istituzioni finanziarie nordcoreane anziché organizzazioni straniere. Il rapporto solleva inoltre interrogativi sui rischi posti da personale informatico altamente qualificato che opera al di fuori della diretta supervisione statale dopo aver lasciato le unità di intelligence militare.
La notizia non è ancora stata verificata.
Nonostante le numerose segnalazioni, le affermazioni non sono state verificate in modo indipendente. Daily NK ha citato una fonte anonima all'interno della Corea del Nord, ma il rigido controllo dell'informazione nel paese rende difficile una conferma indipendente.
Le autorità nordcoreane non hanno annunciato pubblicamente gli arresti né identificato le persone presumibilmente coinvolte. Allo stesso modo, non sono state rese note accuse ufficiali né dettagli su possibili pene.
Conclusione
Gli arresti riportati suggeriscono che le autorità nordcoreane potrebbero trovarsi ad affrontare minacce interne alla sicurezza informatica che coinvolgono ex specialisti informatici addestrati dallo Stato. Secondo Daily NK, i sospettati avrebbero utilizzato competenze acquisite all'interno delle unità di intelligence militare per rubare fondi statali, riciclare il denaro tramite criptovalute e convertirlo in valuta estera.
Sebbene le accuse restino non verificate, il caso mette in luce il ruolo crescente delle criptovalute nella criminalità finanziaria transfrontaliera e le sfide che i governi si trovano ad affrontare quando sofisticate capacità informatiche vengono rivolte contro le proprie istituzioni.
